«Bibliotime», anno X, numero 1 (marzo 2007)

Precedente Home Successiva



Cristina Belloi

Cari amici vicini e lontani: l''apertura' della biblioteca come valore fondamentale



In vista di questa comunicazione, ho pensato per prima cosa di chiedere a coloro che hanno visto nascere la Biblioteca di Economia dell'ateneo di Modena come si sia affermata l'idea di aprire a tutti una biblioteca universitaria; avrei voluto che qualcuno mi rispondesse che c'era stato - come si dice di solito - un ampio dibattito, che c'erano state posizioni contrastanti sulla questione, e invece tutti mi hanno risposto che non c'era stato niente da discutere, che la decisione è stata presa come fosse un'ovvietà.

Ma perché un'ovvietà? Perché quello che appare oggi per molte altre strutture come una faticosa conquista è stato considerato, oltre 30 anni fa, una cosa scontata? La ragione è da ricercarsi, credo, nella peculiarità del contesto in cui ha preso forma la Biblioteca di Economia, e cioè innanzitutto le caratteristiche della Facoltà a cui apparteneva e il clima politico e sociale tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70.

Un po' di storia servirà a chiarire meglio il punto. La Facoltà di Economia di Modena nasce nel 1968 per iniziativa del Comune, della Provincia e della Camera di Commercio. Raccoglie fin da subito un gruppo di economisti giovani e brillanti, con stili di lavoro, di organizzazione e di vita molto lontani dai paludamenti accademici: informalità (a volte anche troppa), grande curiosità e capacità di elaborazione intellettuale (non dimentichiamo che allora andava di moda l'economia politica e che serpeggiava, soprattutto a Modena, la speranza di rifondarla), idiosincrasia per tutto ciò che sapeva di "baronale", frequentazione diretta e spesso amicale con gli studenti, impegno politico e rapporti stretti con il sociale e il mondo del lavoro.

La comunità di riferimento non era costituita solo dal mondo universitario, ma da una moltitudine variegata di persone e istituzioni che, ciascuno dal proprio punto di vista, erano coinvolte nel clima di fermento, di lotta politica e di dibattito tipico dei primi anni '70: il mondo sindacale, quello politico, anche extraparlamentare, i cattolici delle comunità di base, gli operai che frequentavano i corsi 150 ore tenuti in facoltà, gli studenti medi impegnati nel movimento, e così via.

Lo stesso stile antibaronale e gli stessi "stakeholder" - diremmo oggi - li ritroviamo nella creazione della biblioteca. Fu tra gli altri, Sebastiano Brusco - a cui oggi la biblioteca è intitolata - a dare l'impulso iniziale alla sua formazione.

Si doveva trattare di una biblioteca di facoltà, non di istituto: su questo non c'erano dubbi, dice Fernando Vianello (uno dei primi economisti chiamati in facoltà), perché le biblioteche di istituto erano "roba da vecchi baroni" [1]. Il problema delle risorse fu in parte risolto con misure draconiane, privilegiando la biblioteca a scapito degli istituti nella distribuzione dei fondi e, negli anni più difficili, potando drasticamente - anche del 50% - i fondi di ricerca dei docenti. Il materiale, inoltre, doveva essere il più possibile collocato a scaffale aperto e si doveva permettere a chiunque lo richiedesse l'accesso alla biblioteca e ai suoi servizi.

Se su questi aspetti cruciali ci fu un accordo generale, sullo sviluppo della biblioteca, racconta un docente ricordando quegli anni, vi furono accese discussioni: alcuni desideravano una struttura molto informale, orientata alla produzione corrente, in cui fosse possibile prendere a prestito anche i fascicoli delle riviste; erano anche scettici sulla possibilità di creare in una città piccola come Modena una biblioteca con qualche ambizione. Altri, invece, quelli che potremmo chiamare gli ottimisti caparbi, puntavano in alto ed ebbero la meglio.

Il tentativo fu quello di mettere insieme una buona collezione di riviste complete, nella convinzione ottimistica che è molto più facile partire da zero ed acquistare quarant'anni completi di un periodico che rincorrere per quarant'anni un fascicolo mancante. Per molte riviste il tentativo, anche se non così facilmente come si credeva, è riuscito, e in molti campi delle scienze sociali, dal punto di vista del materiale periodico, Modena è diventata un punto di riferimento, e lo è rimasta per molti versi anche oggi, in un'epoca dominata dalla facilità di accesso remoto ai periodici elettronici.

La ricchezza del posseduto della biblioteca ha avuto modo di essere evidenziata nella stampa di un catalogo a cui, in tempi in cui non esistevano gli opac, fu data la più ampia diffusione: l'intento, anche in questo caso, era di aprire la biblioteca a chiunque volesse utilizzarla, nella convinzione che, una volta che il materiale fosse disponibile, si potevano intraprendere studi e ricerche che prima sembravano irrealizzabili. Chiosa Giorgio Fodor nella prefazione al catalogo: "In una facoltà con una chiara impronta keynesiana abbiamo scoperto che almeno nel campo dei periodici la legge di Say è vera: l'offerta crea la sua propria domanda" [2].

Apertura dunque, in tutte le sue declinazioni e non solo nell'accogliere utenti esterni, è l'impronta che ha sempre caratterizzato la nostra biblioteca e che abbiamo gelosamente mantenuto viva nel corso degli anni: siamo stati tra i primi, tra l'altro, a valerci della collaborazione di un'associazione di volontari anziani per la sorveglianza delle sale, e ospitiamo da diversi anni ragazzi con problemi di handicap a cui affidiamo, con reciproca soddisfazione, parte del nostro lavoro. Abbiamo inoltre stipulato convenzioni con istituzioni economiche locali alle quali offriamo servizi personalizzati. Abbiamo una lunga esperienza di corsi di formazione per gli utenti e non abbiamo mai posto sbarramenti di orario per l'accesso agli uffici. Non è sempre facile mantenere alto lo standard: a volte le esigenze degli utenti istituzionali si fanno sentire con forza e allora occorre essere saggi e creativi per accontentare tutti.

L'essere aperti è diventato per noi un abito, un costume, un ethos, cioè un'etica, come direbbero gli antichi greci e a questo proposito vorrei accennare a due nozioni sulle quali a mio parere dovremmo riflettere nel tentativo di delineare quell'etica pubblica bibliotecaria di cui siamo alla ricerca: la prima nozione è quella di immunitas, la seconda quella di capacità, nel significato che a quest'ultima parola danno Amartya Sen e Martha Nussbaum.

All'opposto dell'apertura – che implica incontro, disponibilità a mettersi in discussione, ridefinizione continua della propria identità – sta quella che il filosofo Roberto Esposito chiama la versione tradizionale dell'immunitas [3], cioè la risposta protettiva nei confronti di un rischio, insidioso tanto per il corpo individuale quanto per quello sociale, perché altera i confini sempre fluidi che separano l'interno dall'esterno, il proprio dall'estraneo. Questa minaccia assume la forma del contagio, di una contaminazione che, in assenza di una efficace strategia di immunizzazione, potrebbe dissolvere l'integrità del corpo in salute. Un eccesso di difesa, una ricerca ipertrofica di immunizzazione sembra caratterizzare il nostro tempo: invece di adeguare la protezione al rischio effettivo, la si commisura al bisogno di sicurezza; come quando, per prevenire il rischio di un' influenza, si rinuncia ad uscire di casa: si salvaguarda la vita inibendone però l´esperienza

Le strategie di immunizzazione hanno tuttavia un effetto perverso, perché l'immunitas preserva, ma al contempo indebolisce un corpo sociale, interrompendo la dialettica che ne costituisce la linfa vitale: una comunità, infatti, si rafforza allargando, non restringendo le proprie frontiere, lasciandosi contagiare dall'altro, rendendo sempre più fluidi e permeabili i propri confini, accogliendo la molteplicità non come sintomo di labilità interna bensì come esito fecondo dell'azione reciproca che caratterizza il nostro essere-nel-mondo. E così, pure, il corpo umano non è un monolite già definito una volta per tutte, ma un costrutto operativo aperto ad uno scambio continuo con l'ambiente circostante. Se vogliamo averne la conferma, pensiamo all'esempio più bello a questo riguardo, quello costituito dal figlio, il totalmente estraneo, che invece che essere attaccato, viene accolto e nutrito nel ventre della madre.

Fuor di metafora: la biblioteca, anche quella legata a un'istituzione, deve essere aperta in senso costitutivo proprio, non in modo accessorio, perché ne va della sua stessa salute, della sua possibilità di crescere e fortificarsi; se per salvaguardarsi si chiude, finisce con l'indebolirsi.

L'altra nozione che vorrei richiamare, quella di capacità, ci riporta nientemeno che ad Aristotele, almeno a quello ripensato da Martha Nussbaum. L'autrice infatti chiama "capacità" le possibilità immanenti alla natura umana di condurre una vita buona in senso aristotelico, cioè una vita autentica, degna di essere vissuta, a prescindere, in ampia misura, sia dai criteri individuali di valutazione sia dai sistemi di valore della comunità di appartenenza.

Nel suo libro "Diventare persone" [4], Nussbaum elenca dieci capacità degli esseri umani la cui presenza dovrebbe permettere lo sviluppo di un'esistenza pienamente autentica, indipendentemente dai fini, dai valori e dalla cultura a cui un individuo appartiene. Tra queste capacità - che contemplano anche quella relativa ad esempio al diritto di non morire prematuramente e a vivere in salute - ce n'è una che un'etica pubblica bibliotecaria dovrebbe tenere ben presente, e cioè quella legata allo sviluppo della triade sensi-immaginazione-pensiero, e che consiste soprattutto in due aspetti:

  1. nel poter usare i propri sensi per immaginare, pensare e ragionare, avendo la possibilità di farlo in modo veramente umano, ossia in modo informato e coltivato da un'istruzione adeguata;
  2. nell'essere in grado di usare l'immaginazione ed il pensiero, e nel poter andare in cerca del significato ultimo dell'esistenza a modo proprio.

L'intento di Martha Nussbaum non è quello di stabilire a priori come gli individui debbano usare i propri sensi e la propria immaginazione, o quale debba essere il significato della propria esistenza, ma quello di affermare la necessità che le istituzioni pubbliche mettano in grado le persone di scegliere liberamente se e come sviluppare le proprie potenzialità. La vita buona, cioè la vita veramente degna di essere vissuta, è allora quella che possiede la libertà di scegliere i propri fini. Spetta alle istituzioni creare le condizioni perché questa libertà sia realizzabile: in vista di questo le biblioteche possono rivelarsi strumenti preziosi, vere forze produttive a sostegno di quel pieno sviluppo umano che, come ricorda Amartya Sen, è innazitutto libertà.

Cristina Belloi, Biblioteca di Economia "Sebastiano Brusco" - Università di Modena, e-mail: belloi@unimo.it


Note

[1] Fernando Vinello,   La Facoltà di Economia e Commercio di Modena nella prima fase della sua vita: storia di un gruppo di economisti, Modena, Università degli Studi, 2003.

[2] Giorgio Fodor, Il catalogo è questo…Osservate e leggete con me, in Catalogo dei periodici della Biblioteca centralizzata della Facoltà di Economia e Commercio , a cura di Rita Parente e Anna Cesaretti, Modena, Università degli Studi, 1992.

[3] La nozione di immunitas, pur comparendo in numerosi scritti di Roberto Esposito, è sviluppata particolarmente nel suo Immunitas: protezione e negazione della vita, Torino, Einaudi, 2002.

[4] Martha C. Nussbaum, Diventare persone: donne e universalità dei diritti, Milano, Milanostampa, 2003.




«Bibliotime», anno X, numero 1 (marzo 2007)

Precedente Home Successiva


URL: http://www.aib.it/aib/sezioni/emr/bibtime/num-x-1/belloi.htm