«Bibliotime», anno XVII, numero 2 (luglio 2014)

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Francesco Mazzetta

Biblioteca digitale: nuovi servizi per la condivisione della conoscenza, il coinvolgimento di nuovi utenti, il miglioramento delle comunità *



Abstract

A reflection on the insights contained in Lankes' 'The Atlas of New Librarianship' on how to improve the library activities, in particular by using OPAC, library portals and digital library services as ReteINDACO.

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Il 17 gennaio scorso, Matteo Renzi, già trionfatore delle primarie PD ma non ancora Presidente del Consiglio (eravamo ancora alla fase #enricostaisereno), intervistato da Daria Bignardi nel programma di LA7 Le invasioni barbariche (<http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-integrale-a-matteo-renzi-17-01-2014-124986/>), parlando dell'importanza del servizio civile volontario da svolgere anche in biblioteca, afferma: "Io sono fiero, orgoglioso... la cosa principale della mia città è per me aver raddoppiato le biblioteche, la dico in continuazione, cioè noi abbiamo preso i metri quadri delle biblioteche e li abbiamo moltiplicati per due..." (la Bignardi, invece di chiedere ragguagli su questa affermazione impegnativa, tanto più che nello stesso periodo a Firenze c'erano i dipendenti precari, anche delle biblioteche, che manifestavano a Palazzo Vecchio, purtroppo cambia repentinamente discorso, forse temendo lo scarso appeal di ampliamento biblioteche vs. legalizzazione droghe leggere). In effetti parrebbe che ci sia da essere orgogliosi di tale risultato ma, se potessimo chiedere il parere di R. David Lankes, probabilmente rimarremo sorpresi (dando a Renzi e agli altri Amministratori che si occupano di biblioteche motivi di riflessione).

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Lankes è professore di biblioteconomia alla Scuola di studi sull'informazione dell'Università di Syracuse e direttore dell'Information Institute di Syracuse nello stato di New York. Ha partecipato a progetti di "reference virtuale", ha ricevuto incarichi da parte di organizzazioni importanti come la MacArthur Foundation o l'American Library Association, ma fondamentalmente il suo contributo maggiore è il concetto di "nuova biblioteconomia", espresso estesamente nel volume The Atlas of New Librarianship (The MIT Press, 2011), recentemente pubblicato in italiano a cura di Anna Maria Tammaro per Editrice Bibliografica [1].

Lankes probabilmente, pur rimanendo impressionato per le risorse messe in campo dall'ex-sindaco di Firenze a favore delle biblioteche della sua città, riterrebbe tuttavia lo sforzo insufficiente da un punto di vista strategico. Nella sua visione di nuova biblioteconomia infatti Lankes oppone due estremi: un locale - non importa se grande o piccolo - pieno di documenti (libri, riviste, CD, DVD, e-book, banche dati, ecc.: Lankes nel libro li chiama collettivamente "artifacts" mentre per la traduzione italiana si è preferito il termine "manufatti", forse per evitare la possibile confusione dei due possibili significati di "artefatto": "opera che deriva da un processo trasformativo intenzionale da parte dell'uomo" e "artificioso, adulterato" - entrambe le definizioni sono state riprese dal Vocabolario Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/artefatto/), ma privo della professionalità di un bibliotecario o una bibliotecaria da una parte e, all'estremo opposto, un locale completamente vuoto di manufatti ma in cui ci sia almeno un/a professionista bibliotecario/a.

Per Lankes insomma non importa quanto sia ampio e prestigioso lo spazio, non importa quale sia la quantità e la qualità dei manufatti in esso presenti: senza la presenza di un bibliotecario, quello spazio non può essere considerato una biblioteca, mentre al contrario una biblioteca è esattamente lo spazio in cui opera almeno un bibliotecario, anche se paradossalmente privo degli strumenti costituiti dai manufatti.

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Per contestualizzare la significativa provocazione lankesiana è possibile riportare l'esempio della Biblioteca Passerini-Landi di Piacenza, importante sede di fondi storici di cui, chi ha studiato biblioteconomia negli anni '80, ha potuto leggere esclusivamente sui manuali, perché all'epoca la Biblioteca (a onor del vero per quanto non priva al suo interno di bibliotecari e bibliotecarie anche assai preparati) era chiusa al pubblico, per lavori di restauro e riordino, nella pretesa di dare alla città una biblioteca completamente riordinata (come direbbero i produttori di videogiochi: quando è in "gold"), mentre alla fine amministratori intelligenti hanno forzato l'apertura dimostrando le potenzialità e le risorse disponibili anche a cantieri ancora aperti (o, come si direbbe in gergo informatico, in fase "beta").

La risorsa per la comunità costituita dalla Biblioteca era all'epoca puramente potenziale, e tutte le ingenti risorse documentarie presenti non influivano in alcun modo sulla vita materiale e culturale della comunità di riferimento. Un altro esempio più recente è quello della Biblioteca di Busalla, in provincia di Genova, proprio quest'anno devastata da un balordo anche perché al suo interno non era presente (essendo la gestione data in carico a volontari) personale qualificato in grado di far fronte a persone alterate (http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/16/AR3Vi0H-arrestato_biblioteca_distrugge.shtml).

Chiaramente l'utilizzo di situazioni talmente estreme (la stanza piena di libri ma senza bibliotecario/a e la stanza vuota di libri in cui però c'è un/a bibliotecario/a) è un artificio che Lankes sfrutta provocatoriamente per rivendicare la centralità della funzione del bibliotecario all'interno del servizio della biblioteca, inteso come servizio di facilitazione conoscitiva e informativa all'interno della comunità di riferimento. Per questo Lankes insiste senza sosta in tutto il suo atlante della necessità – da parte prima di tutto di bibliotecari/e, ma anche di chi abbia responsabilità amministrative e progettuali su questi servizi – di basare le proprie valutazioni non su dati sostanzialmente astratti (prestiti, consultazioni, accessi, ecc.) ma piuttosto di costruire canali comunicativi attraverso cui la comunità possa esprimere direttamente le proprie esigenze, critiche, suggerimenti, richieste, ecc.

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Guardiamo per un attimo i portali dei nostri sistemi (e prendiamo Leggerepiace [2] e ScopriRete [3]): li troviamo colorati, accessibili, avvincenti, per lo meno in confronto ai "vecchi" OPAC. Grazie all'attività di Data Management nello sviluppo dell'interfaccia di SebinaYOU li abbiamo dotati di funzionalità interattive, 2.0, dove l'utente può non solo visualizzare la propria situazione, o inserire richieste/prestiti, ma anche realizzare elenchi di lettura o inserire i propri commenti sulle letture effettuate.

Di più: grazie a ReteINDACO abbiamo integrato in un unico portale risorse diverse, cartacee e elettroniche, con la possibilità per queste ultime di essere consultate o prese in prestito senza i vincoli orari e di personale delle strutture "fisiche". Nell'ottica della "nuova biblioteconomia" di Lankes siamo stati bravi? Probabilmente il giudizio sarebbe lo stesso di quello ottenuto da Matteo Renzi: siamo stati sì bravi, ma non a sufficienza. Lankes ci consiglierebbe di guardare i nostri portali e ci chiederebbe di indicargli dove sono i bibliotecari e le bibliotecarie.

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Proprio sul tema "OPAC" Lankes fa l'esempio del cliente che entra in un negozio di scarpe. Se il commesso o la commessa si comportassero seguendo il codice deontologico dei bibliotecari, mostrerebbero al cliente i vari scaffali in cui le scatole di scarpe sono suddivise per genere, taglia, modello ecc., e gli metterebbero davanti il catalogo su terminale lasciando al cliente l'onere di scegliersi la scarpa preferita. Al contrario Lankes sottolinea come i cataloghi dei negozi siano mediamente poco "amichevoli", spesso ancora limitati a righe di testo, perché devono servire non ai clienti ma ai commessi. Certo i cataloghi bibliotecari non si rapportano esclusivamente a quelli di un negozio o di un magazzino, ma anche a strumenti assai diversi come i motori di ricerca o i portali commerciali/informativi. Ma anche di fronte a questa obiezione Lankes ha qualcosa da dire.

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Purtroppo i lettori italiani non possono leggere le sue osservazioni in proposito perché i curatori dell'edizione localizzata hanno giudicato inopportuno inserirvi gli "Agreements", parti che nell'edizione originale illustrano e commentano, in alcuni casi anche in modo estremamente analitico, ogni singolo passaggio dell'Atlante, che comunque si possono liberamente leggere – solo nell'originale inglese, però – sul sito dedicato al volume (<http://www.newlibrarianship.org/wordpress/>).

Per questo vi basti ora la mia traduzione: "Prima Google ha 'costretto' le biblioteche ad adottare una semplice casella di ricerca, Yahoo! ci ha forzato ad adattare tutti i nostri servizi e risorse in 13 categorie sulla homepage. La verità è che se le biblioteche continueranno a cercare di essere un Google migliore, uno Yahoo! migliore, o un migliore Amazon, il meglio che riusciranno ad ottenere sarà di arrivare sempre seconde. Adottare innovazione senza una mission specifica è giocare ad inseguire. Invece di competere sul campo da gioco altrui, i bibliotecari devono guardare a quello in cui gli altri riescono meglio come bacino di idee e risorse: mirare alla creazione di gruppi di lavoro con professionisti muniti di esperienze diverse come nuova forma di sviluppo delle collezioni." [4]

Questo significa che abbiamo sbagliato tutto e dobbiamo ricominciare da capo? Assolutamente no: sarebbe uguale a gettar via con l'acqua sporca un bambino per altro assai robusto e promettente. Torniamo a guardare i nostri portali: dietro ad essi non ci stanno (solo) automatismi ed algoritmi. Dietro i nostri portali ci stanno persone, ci stanno professionisti che lavorano per organizzare i servizi, per implementare le collezioni, per rispondere agli utenti nel miglior modo possibile. Tra l'altro nel caso di ScopriRete abbiamo di fronte un sistema bibliotecario che è sempre stato all'avanguardia a livello nazionale e non solo (come primo polo del Servizio Bibliotecario Nazionale e come primo polo a sperimentare ed a migliorare il portale SebinaYOU, tra le altre cose).

Lankes propone un nuovo termine per gli utenti della biblioteca: non "utenti" come fruitori - anonimi ed indifferenziati - di un servizio che deve essere "neutro" nei loro confronti; non "clienti" come indicano le strategie aziendalistiche della gestione della qualità per inserirli in statistiche sulla soddisfazione; piuttosto "membri", in quanto appunto membri di una comunità che collaborano assieme per creare conoscenza, processo a cui i bibliotecari partecipano come mediatori e facilitatori.

Non basta affermare (per quanto sia necessario farlo): "A ogni lettore il suo libro" e "A ogni libro il suo lettore". Occorre coinvolgere i membri nella gestione del servizio, sapere cosa serve alla comunità e come le biblioteche e i bibliotecari possono mettersi nel migliore dei modi al servizio delle comunità stesse. Ad esempio elaborando carte delle collezioni che non siano esclusivamente documenti formali realizzati a tavolino con consistenze anagrafiche da una parte e dati sul prestito per classe dall'altra, ma coinvolgendo (non solo fisicamente ma anche tramite tutti i canali virtuali a disposizione dei bibliotecari) le comunità di riferimento.

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Un bell'esempio in questa direzione è proprio il servizio di "biblioteca digitale" ReteINDACO, che non è "semplicemente" una collezione di manufatti (digitali) ma un servizio di cui, non a caso, una delle parole chiave è "partecipazione", perché il fornitore si interfaccia con i bibliotecari e le bibliotecarie dei sistemi aderenti per migliorare l'offerta di documenti digitali e renderla sempre più aderente alle esigenze degli stessi (l'altra parola chiave di ReteINDACO è "sostenibilità" per significare che il contenuto dell'offerta è "scalabile" in base alle esigenze ed alle risorse dei singoli sistemi aderenti).

Attraverso tale partecipazione si decidono assieme quali risorse mettere a disposizione, si lavora, ognuno con le proprie competenze, alla definizione del ventaglio di risorse a disposizione dei sistemi aderenti. Ad esempio sfruttando le specifiche competenze del sottoscritto è stata creata la sezione "Videogiochi", che ha come finalità il presentare un pacchetto, minimo ma significativo, di risorse di qualità in quanto testate e controllate [5].

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Lo stesso meccanismo dobbiamo attivarlo noi bibliotecari e bibliotecarie con i membri delle nostre comunità. E non sto pensando a "focus group", a incontri dispendiosi in termini di tempo e di risorse, a cui magari partecipano esclusivamente gli utenti già "fedelissimi" della biblioteca (e di cui quindi sappiamo il parere anche senza rincorrerli in altre sedi), ma piuttosto cercando di coinvolgerli là dove sono, anche al di fuori dalle mura, reali o virtuali, delle biblioteche. Migliorando la capacità di comunicare dei nostri portali ma soprattutto migliorando la nostra capacità di comunicare noi stessi e le nostre competenze e professionalità, supportate dalle istituzioni, per migliorare e risolvere i problemi informativi delle e nelle nostre comunità.

Un possibile ambito di attività che vede la collaborazione all'interno del Comitato scientifico di ReteINDACO del personale di Data Management con i bibliotecari dei sistemi aderenti è l'intercettare il fenomeno del self-publishing: innescato in modo particolare dalla pervasività e relativa orizzontalità della Rete, il fenomeno dell'editoria digitale sta rivoluzionando il settore librario in modo tendenzialmente simile a quanto già successo con l'editoria musicale anche grazie all'effetto "coda-lunga". Attraverso ReteINDACO, in partnership con figure commerciali che già stanno raccogliendo il fenomeno del self-publishing anche al di fuori dai circuiti editoriali tradizionali, l'obiettivo è di riuscire sia a inserire le opere prodotte attraverso canali tanto tradizionali quanto alternativi trovando o al limite creando strumenti per la valutazione e selezione delle stesse esattamente come avviene per i corrispettivi cartacei, sia valutando le possibilità di diventare "publisher", o quanto meno in qualche misura "editor" di chi desidera pubblicare in digitale.

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Venendo al tema specifico della giornata devo ammettere che, a differenza di quello ravennate, il territorio in cui lavoro non ha spiccate e/o tradizionali vocazioni turistiche, per cui non posso offrire consigli sensati su questo aspetto che non ho modo di approfondire praticamente, ma al contrario è sensibile e sentito il tema dei prodotti tipici, avendo il territorio piacentino svariate eccellenze alimentari da promuovere (salumi, vini, piatti tipici, ecc.).

La situazione attuale è un Ufficio Biblioteche in Provincia praticamente smantellato per fornire risorse economiche, strumentali ed umane al corrispettivo Ufficio Turismo. Il problema quindi è convincere amministratori provinciali (e chi verrà dopo di loro) che anche bibliotecari e bibliotecarie possono essere rilevanti proprio in quell'ambito con la documentazione ad esempio relativa a quei prodotti tipici che gli amministratori vedono come passaporto del territorio per la desiderata visibilità al venturo EXPO.

Per la capacità di creare bibliografie, recuperare notizie, fornire informazioni, anche creare eventi legati ai temi d'interesse. Per la capacità di creare "rete" con le diverse realtà culturali, economiche, educative presenti sul territorio. Tutto questo ovviamente cozza con i budget sempre più ridotti, con le ore sempre più risicate a disposizione del personale. Cozza con la convinzione che il volontariato - pure risorsa preziosa come supporto e serbatoio di idee ed energie - possa sic et simpliciter sostituire professionalità complesse e sfaccettate come quella del/la bibliotecario/a (come del resto hanno dolorosamente sperimentato a Busalla).

Per quanto tale spostamento semantico sia da prendere con cautela, sicuramente bisogna ragionare in maniera consapevole sulla mutazione delle funzioni di reference del bibliotecario in quelle di vero e proprio "information consultant" ovvero consulente informativo (vedi: Sarah Anne Murphy The librarian as information consultant : trasforming reference for the Information Age, American Library Association, 2011), funzioni a cui le risorse umane e strumentali della biblioteca come servizio vanno allineate.

Quello che ci insegna Lankes è che bibliotecari e bibliotecarie hanno un notevole impatto ed influenza sui membri delle comunità in cui vivono. Devono rendersene conto ed uscire dalla torre d'avorio di un sapere e di un'istituzione neutrale per non solo essere pienamente consapevoli del loro potenziale, ma anche per rendere un servizio migliore alla loro comunità ed alla fine alla stessa istituzione in cui lavorano.

Per concludere, mi piacerebbe raccontare un episodio, se volete assolutamente banale. A casa di mio cognato, a festeggiare il primo compleanno di sua figlia, una amica sua e della moglie mi riconosce all'improvviso ed esclama "Ma tu sei il "mio" bibliotecario!". Ecco, con tutti i limiti personali, professionali, strutturali che mi posso essere rilevati (e che spesso sono il primo io a rimproverarmi) in minima parte sono riuscito ad essere il bibliotecario che ci istiga ad essere Lankes: non un anonimo intermediario dei documenti - cartacei o digitali non importa - presenti nella collezione dei depositi in cui lavoriamo, ma qualcuno che abbia rilevanza nella vita dei membri della nostra comunità, creatore di un servizio che abbia qualcosa da dire nella vita delle persone, un riferimento per loro attendibile e degno di fiducia.

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Francesco Mazzetta, Biblioteca Comunale - Fiorenzuola d’Arda, e-mail: francesco.mazzetta@gmail.com


Note

[*] Testo ampliato dell'intervento in qualità di Presidente del Comitato scientifico di ReteINDACO al convegno Cultura & Turismo 2.0: Il territorio in rete, organizzato da Comune di Ravenna, Ravenna 2014 e Rete Bibliotecaria di Romagna e San Marino, in collaborazione con Data Management PA a Ravenna l'11 giugno 2014.

[1] <http://www.editricebibliografica.it/scheda-libro/r-david-lankes/latlante-della-biblioteconomia-moderna-9788870757262-166455.html>.

[2] <http://leggerepiace.it/>.

[3] <http://scoprirete.bibliotecheromagna.it/>.

[4] Dall'Agreement dedicato a Ability to work in interdisciplinary teams, p. 196. L'originale in inglese: "Before Google "forced" libraries to adopt simple search boxes, Yahoo! forced us to fit all of our services and resources into 13 categories on a homepage. The truth is that if libraries continue to try and be a better Google, a better Yahoo, or a better Amazon, the best they can ever achieve is coming in second. Adopting innovation without a matching mission is a follower's game. Instead of competition, librarians must see other expertise (and other organizations) as resource pools-see creating teams of expertise as a new form of collection development." L'Agreement completo può essere letto qui: <http://www.newlibrarianship.org/wordpress/?page_id=36>.

[5] Maggiori dettagli qui: <http://www.aib.it/aib/sezioni/emr/bibtime/num-xvi-3/mazzetta.htm>.




«Bibliotime», anno XVII, numero 2 (luglio 2014)

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