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Luigi De Gregori

Libro, biblioteche e associazioni bibliotecarie

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Vive già da sette anni questa nostra Associazione: e alla promessa iniziale del suo programma, di chiamare ogni anno a raccolta i soci per interessarli collettivamente ai problemi delle Biblioteche, ha sempre te nuto fede: dei Congressi di Roma, di Firenze, di Modena e di Bari, e dei Convegni di Ferrara e di Genova è presente in tutti il ricordo, e i lavori sono documentati nella nostra rivista «Accademie e Biblioteche». Ma lo scopo più essenziale per cui l'Associazione fu creata è quello di promuovere effettivamente l'incremento delle biblioteche e di cooperare alla diffusione fra gli Italiani dell'amore del Libro. Di questo oggi si vuol parlare: e il fatto nuovo che se ne parli alla presenza di S. E. il Ministro della Educazione Nazionale ci promette finalmente quell'impulso giovanile e dinamico di cui ha bisogno la vita delle nostre biblioteche.

Ma vediamo prima che cosa può fare lo Stato per le Biblioteche pubbliche. Le prestazioni di Stato, quando non ne è continuamente e quasi automaticamente provocato l'aumento da necessità che s'impongono in modo più palese di quelle delle Biblioteche, hanno limiti insormontabili segnati dalla ferrea disciplina dei Bilanci. Ma intendiamoci: lo Stato già fa, e cerca di far sempre di più, per le grandi Biblioteche che gli appartengono, e che rappresentano per l'Italia un raro privilegio e un'invidiata ricchezza. Anche, lo Stato, vigila, sussidia e regola indirettamente l'attività di quelle altre maggiori o minori biblioteche che appartengono a Comuni e a Provincie, e alcune delle quali non sono meno ricche delle governative; di più, largisce spesso i suoi sussidi a

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quelle biblioteche dette «popolari», che nascono e muoiono continuamente qua e là, e la cui esistenza è stata felicemente paragonata ieri dal collega Gallo a quella delle «sabbie mobili». Ma che cosa potrebbe fare lo Stato per una vastissima diffusione di quelle biblioteche di coltura generale destinate a integrare l'opera della Scuola, promuovere e accompagnare l'educazione intellettuale collettiva, e il cui tipo è quasi ignorato da noi, e il cui finanziamento richiederebbe somme favolose?

Perchè noi, come biblioteche, conosciamo le massime e le minime: da una parte, le grandi, solenni biblioteche dotte, ricche di storia e di tesori librarî, vanto di tante grandi e piccole città di questa nostra antica Italia; e, dall'altra, quei meschini ed informi aggregati di volumi che bisogna andare a cercare in qualche localuccio di scuola o di parrocchia, in qualche sede di Dopolavoro o di Gruppo Rionale. Nel mezzo, per la gran massa del pubblico, non c'è niente o quasi; come dire: grandi cattedrali da una parte, e dall'altra, nascosti e negletti oratorî privati. Cosicchè, mentre le grandi Biblioteche non possono servire che a pochi (e se servono a troppi è a tutto lor danno) anche a pochi finiscono per servire queste minime pseudo-biblioteche viventi nei margini di altre attività, spesso anche diverse da quelle culturali, e non aperte che a certe categorie. Noi, eufemisticamente, le chiamiamo «Biblioteche popolari» e ci basta un armadio di 50 o 100 volumi, per definirlo «biblioteca» e per dare un numero alle statistiche; ma pel popolo e pel pubblico in genere tutto ciò non serve a nulla.

Ora, come può diffondersi largamente la coltura senza le biblioteche pubbliche, e come si concilia questa nostra deficienza con l'intento e con l'interesse che ha lo Stato di educare anche intellettualmente tutta la Nazione? E che il pubblico abbia sete di libri, non può mettersi in dubbio. Basta vedere come affolla le poche sedi di lettura esistenti là dove, per esempio, la sezione d'una grande Biblioteca (come la Nazionale di Roma) può offrirgli un'ospitalità accogliente e un impiego fruttuoso del tempo: e basta anche vedere come aumenta sempre di più lo smercio di quella pseudo-letteratura che in ogni angolo di strada e sotto ogni tettoia di stazione attira clienti con le sue copertine multicolori: mentre sulla «crisi del Libro» piangono editori, librai ed autori, e sperano di risolverla con le fiere, le feste, le alleanze e gli ordini del giorno! E' molto più questa, purtroppo, o editore Formiggini, «l'Italia che legge»! Ed è naturale che i conti tornino meno bene a lei e ai suoi colleghi, che ai produttori di quella roba e a un qualsiasi tenitore di chiosco.

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La miglior propaganda al Libro, è inutile illudersi, viene dalla Biblioteca pubblica. Ecco una verità che ancora non s'è fatta molta strada. Nei paesi dove sono in fiore le biblioteche, non si conoscono crisi librarie: sono specialmente le biblioteche che creano i lettori e, coi lettori, i clienti di libreria. Il libro vero e proprio, di cui la sicurezza dello smercio permette l'esiguità del prezzo, sia opera di pensiero o d'immaginazione, sia scientifica o letteraria, sia di sapere divulgato o di storia romanzata, entra continuamente nelle case, anche nelle più modeste, con la stessa facilità con cui v'entrano, generalmente, quei «gialli» tascabili o quelle rivistùcole eccitanti di cui abbiamo parlato.

Quando, poi, la lettura seria è divenuta, per mezzo delle Biblioteche, un abito di masse, come lo sono, oggi, la radio, il cinema, lo sport, ai lettori di biblioteca è affidata, senza che lo sappiano, la propaganda del libro, assai più che alle vetrine dei librai, alle recensioni, ai bollettini editoriali. D'un libro che s'è letto in biblioteca si parla volentieri anche fuori, se ne consiglia ad altri la lettura, si desidera, a volte, anche possederlo; senza dire che, quando le biblioteche pubbliche si contassero veramente a migliaia, ai librai sarebbe automaticamente assicurato, su larga scala, lo smaltimento delle tirature. Ma questo è il lato commerciale del problema, torniamo a quello culturale.

La biblioteca pubblica del tipo di quelle che a noi difettano assicura a tutti la lettura gratuita ed agevole, non la fa soltanto un privilegio di alcuni; apre le sue porte e offre il suo beneficio al passante senza chiedergli nulla, come fanno le chiese; non solo, ma si fa anche centro di distribuzione di libri fuori di sede per tutti quelli che non possono frequentarle a loro volontà, come sono i rurali, i militari, i degenti negli ospedali o i detenuti nelle carceri. E' una organizzazione che parecchie nazioni progredite intellettualmente hanno già inserito nel quadro delle loro attività, e si sforzano ogni giorno di perfezionare. Il Nord America, naturalmente e per sue speciali condizioni, è alla testa; ma anche nazioni piccole, come il Belgio o la Cecoslovacchia, hanno imparato come si fa. Dei libri, in queste biblioteche, non si hanno grandi cure conservative: il libro, anzi, diventa là dentro oggetto di puro consumo, e nel suo maggior consumo possibile sta l'intento precipuo. Cosicchè i libri vi si rinnovano sempre, e non soltanto perchè diventano materialmente inservibili, ma perchè della maggior parte invecchia ogni giorno il contenuto, e la lettura pubblica deve essere sempre aggiornata ai progressi culturali, ai gusti, alla moda. Perfino, in queste biblioteche, si ha poca paura delle sottrazioni o delle mutilazioni pensandosi che un esemplare

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perduto per la biblioteca non è, in fondo, perduto pel suo fine di diffondere dovunque conoscenza e luce di pensiero.

Il lettore, del resto, in queste biblioteche si sente, insieme, in casa propria e in casa di tutti. Sono pochissime, e accordate colle esigenze comuni, le limitazioni d'orario, le formalità d'uso. La porta è aperta a tutti: più gente entra e più l'istituto risponde ai suoi fini. E qui può ricordarsi la meraviglia di quel bibliotecario americano, che, entrando in una biblioteca europea, si sentì dire dall'usciere: Richiuda la porta, che può entrare qualcuno! Che cosa ha che vedere questo tipo di biblioteca con quelli che noi conosciamo?

Avviene, in conseguenza, che negli Stati Uniti, su circa 130 milioni di abitanti, più della metà possono beneficiare della lettura pubblica. Le nostre statistiche, che cifre ci offrono? Fra biblioteche governative, scolastiche, provinciali e popolari, si arriva appena ai quattro milioni di lettori. Appena un decimo, dunque della popolazione legge libri di Biblioteca. Legge, forse, in casa libri propri? Quanti pochi, ce lo dicono i librai, e che cosa leggano, quando leggono, lo abbiamo veduto.

Ma dove trovare i mezzi per il finanziamento d'una organizzazione di biblioteche così vasta e poderosa, per la quale ogni Comune, ogni rione o quartiere di grande città dovrebbe avere la sua biblioteca attrezzata in modo da fornire al pubblico decorosamente e gratuitamente la lettura? Diciamo subito che questo finanziamento non può chiedersi allo Stato: devono provvedere ad esso direttamente i Comuni, cioè i cittadini stessi con un contributo speciale lievissimo, che si corrisponde in aggiunta alle tasse sulla proprietà: contributo destinato esclusivamente alla istituzione e al mantenimento delle Biblioteche. Lo Stato autorizza soltanto, per legge, l'imposizione di questo contributo. E quando il Comune non vuole imporlo ve lo costringe.

Su questa base finanziaria assicurata, sorgono e si sviluppano le biblioteche pubbliche. Ma poi, incoraggiati dal palese frutto che dànno, i cittadini più facoltosi d'ogni classe, perfino di quella dei librai, aggiungono, al modestissimo contributo obbligatorio, qualche cosa e talvolta molto di più. S'afferma così il mecenatismo, nasce la gara fra donatore e donatore, fra Comune e Comune, fra biblioteca e biblioteca. E quella che coi suoi mezzi normali vivrebbe modestamente, diventa una biblioteca modello, si fa centro di succursali, diffonde intorno i suoi germogli.

Suona male, è vero, la parola «contributo» e non persuade troppo l'idea di dover aggravare, sia pure in misura minima, gli oneri

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cittadini, per uno scopo che è dai più considerato come del tutto estraneo alle necessità nazionali. Ma questo è l'unico mezzo che sia stato escogitato finora con successo per assicurare alle Biblioteche una vita decente e costante. Leggi come la nostra del 1917, che obbliga genericamente i Comuni a istituire biblioteche, senza porger loro o insegnare i mezzi per farlo, vediamo che non servono a nulla. La povertà di certi comuni che mancano ancora di strade, di fogne, di cimiteri, non permette certo loro di pensare ai libri: ma non ci pensano neppure quei comuni ricchi, di cui i Podestà siano, come può accadere, poveri di coltura e di spirito d'iniziativa. Avviene, così, che la legge c'è, ma non ci sono le biblioteche. E quando anche lo Stato interviene e presta qualche sussidio, spentosi il piccolo fuoco fatuo, tutto ricade nell'oblio.

Creare nel pubblico la persuasione che la Biblioteca deve essere pretesa e pagata da lui stesso, come ogni altro pubblico servizio, come quelli che riguardano l'istruzione primaria, l'igiene, la viabilità, l'illuminazione stradale, è questo il còmpito che si propongono generalmente le Associazioni Bibliotecarie: un servizio pubblico che lo Stato non può accentrare, anche se potesse sopportarne il gigantesco finanziamento; un servizio pubblico di delicata natura, è vero, ma che oggi, garantiti come siamo dal Fascismo, non potrebbe più temere (come temè altre volte) deviazioni e mire diverse da quelle sanamente educative.

Ma in che modo può un'associazione di persone colte (le meno adatte a far rumore intorno a sè) agire sulla pubblica opinione e offrire al Governo la sua cooperazione perchè possa legiferare in materia? All'estero, le Associazioni di tal genere offrono questa cooperazione con un'attivissima propaganda di stampa, con conferenze, con pubblicazioni, con mostre organizzate per rendere visibili a tutti, e quasi tangibili, i còmpiti, i mezzi, le realizzazioni, con cui le biblioteche pubbliche, da quelle per l'infanzia a quelle per tutti, possono farsi agenti potentissimi di progresso collettivo.

A tali associazioni non appartengono soltanto bibliotecari, studiosi, bibliofili o librai, ma tutti quei cittadini che sentono la necessità d'una azione comune, vòlta disinteressatamente alla propaganda benefica.

Si contano già a una trentina queste Associazioni in tutto il mondo: e sono legate tra loro in una Federazione internazionale che dà notizia, ogni anno, dei progressi singoli. E' un internazionalismo, questo, che

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non dà ombra a nessuno, mette in gara le nazioni più civili a dimostrare la loro capacità culturale, e rafforza in ciascuna l'intenzione di far sempre meglio e di più. In America e in Inghilterra, dove sorsero per prime sessanta anni fa, gran cammino è stato fatto. Negli altri paesi l'avviamento è molto più recente e data soltanto da questo secolo. ad eccezione di quello del Giappone, che cominciò nel 1892, e della Svizzera, nel 1897. Ma l'avviamento è oramai sicuro e costantemente progressivo, specie là dove le Associazioni son riuscite a indurre i rispettivi Governi a adottare la lievissima tassazione a cui s'è accennato.

Sottrarsi a tale necessità non appare oggi più possibile a nessuno, se si vuol veder finalmente spuntare ed espandersi questo incomparabile fiore di civiltà, che è la «Biblioteca per tutti».


Fonte: Luigi De Gregori. Libro, biblioteche e associazioni bibliotecarie. p. 316-321. In: Associazione italiana per le biblioteche. Il convegno dei bibliotecari a Macerata e Recanati (26-28 giugno 1937-XV). «Accademie e biblioteche d'Italia», 11 n. 3/4 (agosto 1937), p. 259-325.
La trascrizione segnala la divisione delle pagine e rispetta ortografia e maiuscole dell'originale, salvo la correzione di un refuso ("muiono" invece di "muoiono" a p. 317 riga 1) e la normalizzazione della spaziatura dei segni d'interpunzione e delle virgolette.


Copyright AIB 2002-09-23, ultimo aggiornamento 2012-02-09, a cura di Alberto Petrucciani
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