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Osservazioni sui documenti del Piano Nazionale di Digitalizzazione

A cura delle associazioni MAB (ICOM, ANAI, AIB) e AIUCD

 

Premessa

Il Piano Nazionale di Digitalizzazione (PND) si presenta come un documento fondamentale per guidare le attività e i processi di digitalizzazione finanziati con i fondi del PNRR. Il metodo di lavoro e le attività partecipative attivate prima della sua pubblicazione, in modo particolare la fase di consultazione pubblica, sono modalità innovative da apprezzare e da cui partire per gli aggiornamenti futuri. Proprio questa modalità, tra l’altro, ha favorito un confronto tra ICOM AIB, ANAI e AIUCD, che, dopo aver elaborato i propri commenti al Piano, presentano nel seguente documento le principali posizioni comuni riassumibili nei seguenti punti.

  • Ruolo delle associazioni

Non si può non rilevare che un coinvolgimento iniziale, fin dalla fase di elaborazione, delle Associazioni MAB, che rappresentano una platea più ampia di istituzioni rispetto a quelle statali e sono parte integrante di reti internazionali (ICOM, IFLA, ICA, EADH) e che hanno condotto approfondite analisi anche in questa materia, avrebbe ampliato la prospettiva, permettendo di tener conto anche di contesti e problematiche diverse. Soprattutto se questo documento vuole diventare un riferimento per tutti gli istituti e i luoghi della cultura nazionali. 

In tale prospettiva le Associazioni possono e chiedono di avere un ruolo nel processo di attuazione del Piano di digitalizzazione e dei progetti che ne scaturiranno, perché le comunità dei saperi di riferimento svolgono un ruolo centrale per attestare le competenze richieste dal mercato del lavoro. 

  • Professionisti e formazione

Nel Piano, pur indicando le diverse figure e i ruoli necessari per le attività di digitalizzazione e di gestione dei dati, si parla poco di competenze, mentre sarebbe utile dedicare maggiore spazio a ruoli, persone e competenze, esplicitando quali figure e quali profili di dominio saranno necessari nelle diverse fasi di sviluppo dei progetti di digitalizzazione, e inserendo anche nei capitolati chiari indicatori su professionalità e competenze richieste.

In un contesto in cui i confini professionali si aprono sempre più alla cooperazione, alla trasversalità e a una progettualità che mette insieme competenze tecnico professionali differenti, di particolare rilievo sarà lo sviluppo di percorsi formativi di aggiornamento e approfondimento che si innestino su una formazione di base che individui profili già sufficientemente adeguati rispetto ai singoli domini, e che abiliti gli specialisti di dominio a lavorare in team. I modelli di assessment che sempre più si vanno affermando anche nel mondo delle professioni culturali, e che le Associazioni professionali hanno contribuito ad elaborare e che sono basati su specifiche conoscenze di dominio e su percorsi formativi sempre più definiti e standardizzati, possono essere uno strumento di misurazione per la valutazione dei parametri adeguati di preparazione dei singoli professionisti e le Associazioni possono assumere un ruolo significativo con il loro portato di conoscenza e con la forte esperienza acquisita.

  • Strategie e modalità di monitoraggio e trasparenza

Nei documenti non vengono indicate quali saranno le strategie di monitoraggio e valutazione dei progetti di digitalizzazione e quali le politiche di trasparenza che dovranno essere adottate. 

  • Leggibilità e target

Rimane difficile capire il target a cui le Linee guida si rivolgono: le descrizioni e le indicazioni risultano talvolta lacunose o poco approfondite per chi è più esperto, di difficile comprensione per chi ha una minore conoscenza degli argomenti trattati.

  •  Il ruolo degli istituti non statali ed esterni al MiC

Manca nel documento una chiara identificazione e inquadramento generale degli istituti e luoghi della cultura destinatari. A tale proposito va rilevato come una delle caratteristiche fondamentali del panorama del patrimonio culturale del nostro paese è il suo policentrismo: se le grandi istituzioni statali conservano una parte rilevantissima di quel patrimonio, una parte forse altrettanto cospicua è custodita da una miriade di soggetti pubblici e privati, radicati in una lunga e complessa storia di comunità e di istituzioni, oppure fondati più recentemente proprio per conservare e valorizzare patrimoni culturali di rilievo nazionale o locale. Nel domandarsi quale sarà il ruolo e le forme del coinvolgimento di questi istituti al divenire del Piano, si auspica che si possa aprire il PND alle progettualità di istituzioni ed enti esterni al Mic, riconoscendo il ruolo di comunità e territori secondo le logiche espresse nella Convenzione di Faro, a cui anche il Piano fa riferimento.

  • Stato dell’arte, pregresso e corrente

Mancano all’interno del Piano riferimenti puntuali alle modalità di recupero dei dati provenienti da attività di digitalizzazione pregressa. Riguardo al pregresso forse sarebbe utile indicare, sempre partendo da esempi reali, quali possono essere le modalità di recupero e riuso dei contenuti digitali, inclusi quelli digitali nativi (born digital).

  • Infrastruttura/e, cloud e interoperabilità 

I paragrafi e i punti del PND dedicati all’infrastruttura tecnologica danno indicazioni generiche sulla natura della/e infrastruttura/e facendo riferimento peraltro soltanto ad una “piattaforma software”. Ci pare che l’infrastruttura tecnologica che dovrà accogliere le risultanze dei progetti di digitalizzazione dovrebbe essere descritta almeno nell’impianto generale, sia hardware che software, tenendo conto che il modello logico-funzionale di riferimento non può non essere OAIS (ISO 14721:2003, aggiornato in ISO 14721:2012).  Potrebbe essere utile chiarire bene il rapporto tra le due piattaforme quella descritta come infrastruttura per la gestione e conservazione dei dati e quella per la “disseminazione culturale” descritta come hub tra sistemi diversi per l’accesso integrato al patrimonio. Gli aspetti e le funzionalità che riguardano il Cloud non sono spiegati, il paragrafo è troppo breve e sintetico; invece, si tratta di un tema fondamentale anche per la conservazione . digitale dei documenti che verranno  prodotti dai progetti di digitalizzazione.

  • Conservazione digitale e accessibilità a lungo termine

L’infrastruttura a cui sono demandate le funzioni di conservazione digitale a lungo termine deve essere disponibile non appena i progetti di digitalizzazione previsti iniziano a produrre oggetti (collezioni di oggetti) digitali poiché il relativo ciclo di produzione si chiude generando 

pacchetti di archiviazione. La descrizione di questa infrastruttura risulta priva di riferimenti a modelli e framework ampiamente consolidati quali OAIS, e troppo generica: mentre il Polo di conservazione è posto in relazione con i “procedimenti amministrativi”, quindi con entità di natura archivistica, manca l’indicazione di chi conserva gli oggetti digitali prodotti dalle campagne di digitalizzazione e destinati all’uso pubblico (pubblicazione). Il PND dovrebbe essere l’occasione per rafforzare ed inserire definitivamente nell’ecosistema culturale l’esperienza e le infrastrutture esistenti di “Magazzini Digitali” che ha accumulato una significativa esperienza nella gestione e conservazione del materiale nativo digitale e dei siti web, e che potrebbe integrarsi ed essere messa al servizio delle altre componenti che dovrebbero costituire l’infrastruttura di gestione del digitale nel dominio dei beni culturali. Si ritiene inoltre che in questo ambito sia indispensabile – proprio a fini di sostenibilità e di sviluppi futuri – prevedere esplicitamente un coordinamento concreto e operativo tra i filoni principali del PNRR per la cultura, in particolare tra le iniziative per la digitalizzazione e quelle destinate a predisporre un sistema di conservazione digitale.

  • Accessibilità

Sebbene nel documento del Data Management Plan si faccia indirettamente riferimento ai principi FAIR, nel PND non se ne parla. Mentre è presente “Accessibilità” tra le parole chiave, è assente il termine “Inclusione”. I due termini non sono sinonimi: l’accessibilità comprende la predisposizione dei dispositivi occorrenti alla fruizione dei materiali (dati, indici, software, reti, ecc.); l’inclusione è l’aspetto culturale, umano dell’accessibilità. Preoccuparsi di un aspetto e non dell’altro è davvero un limite. Il conseguimento dell’accessibilità è un passaggio fondamentale, imprescindibile, ma è strumentale. È l’inclusione che cambia la qualità della vita delle persone.

  • Licenze e termini d’uso

Sebbene la differenza tra licenze CC e la dichiarazione dello stato di diritto “MIC Standard” sia chiarita nel paragrafo 5.2, l’utilizzo di una semantica analoga a quella delle licenze CC potrebbe generare confusione, in particolare in un contesto internazionale.

Si può andare più avanti sulla strada dell’accesso libero e riuso del patrimonio digitale e digitalizzato del settore pubblico, tenendo conto dell’orientamento costante in tal senso dell’UE, recepito anche in Italia, non solo con riferimento a tutta la documentazione del settore pubblico, ma anche con riferimento alla documentazione culturale e scientifica. Si raccomanda in ogni caso un confronto con l’Osservatorio CRUI sulla Scienza aperta, che sta completando una rilevazione, tra l’altro, sulle policy degli atenei (anche) relativamente ai repository di materiale digitalizzato. 

Si rileva una certa lacunosità e la necessità di approfondire e articolare meglio i termini giuridici delle possibili utilizzazioni richieste dagli utenti per diverse finalità. Questa parte delle linee guida sembra fare riferimento a regolamenti e policy di gestione interni al MiC e non può avere valenza generale. Peraltro, trattandosi di linee guida per l’attuazione del piano nazionale di digitalizzazione, sarebbe opportuno togliere la parte sulle digitalizzazioni richieste dagli utenti, che non rientrano nel PND né, in generale, nei progetti di digitalizzazione.

  • Sistema di certificazione dell’identità digitale dei beni culturali 

Il paragone tra certificato di identità digitale di un bene culturale e SPID non è appropriato con  le finalità del PND. SPID è un sistema federato che consente l’accesso dei portatori di tali credenziali ai servizi online delle PA. Il progetto del cosiddetto SPID per i beni culturali nasce  da un’esigenza da molto tempo presente all’interno del MiC, così come di altre organizzazioni, di non trovarsi costretti a ripetere i medesimi dati e informazioni relative ad un bene culturale all’interno di procedure di varia natura di carattere soprattutto giuridico amministrativo. Ciò si ottiene attribuendo agli oggetti degli identificatori persistenti (ID). Dal momento che il concetto di certificato di identità digitale  “presuppone il riconoscimento dello status giuridico di bene culturale” questo implica l’attuazione di un modello organizzativo ben diverso da SPID, e di un’infrastruttura.

È necessario produrre un documento, da  associare a una delle Linee Guida, che specifichi la struttura del “certificato di identità digitale” indicando il formato/lo standard dell’ID, la modalità di generazione e i metadati che lo accompagnano.

  • Scansione

L’approccio “fotografico” che si propone nel PND (Linee guida digitalizzazione) non è in linea con metodi e tecniche della digitalizzazione di artefatti culturali consolidati in norme, regole, linee guida nazionali e internazionali. Le camere digitali in dotazione agli scanner professionali certificati per beni culturali hanno prestazioni superiori rispetto a qualsiasi fotocamera in commercio. I vantaggi declamati hanno il limite oggettivo nella necessità di stativi professionali su cui montarle, di complessi apparati di illuminazione del piano , di software professionali che garantiscano la qualità dei metadati da incorporare negli oggetti digitali e la corretta calibrazione dei parametri certificati per gli oggetti digitali correttamente prodotti (si vedano le FADGI e i parametri OPEN Dice). 

  • Standard e formati

I formati TIFF, JP2, FITS sono indubitabilmente utilizzabili come standard di riferimento per la generazione di oggetti digitali master che siano qualitativamente ineccepibili e certificabili. Invece, proporre l’output di scansione in RAW, che non è un formato e va codificato in DNG, è del tutto inutile, antieconomico e in contraddizione con criteri di conservazione, preservation e certificazione di qualità. Il riconoscimento digitale è oggi indispensabile e irrinunciabile. Nelle linee guida si rileva la mancanza di riferimenti a sistemi di riconoscimento, sia in uso (OCR) che in sperimentazione (ICR, IWR, HTR).

Il formato open favorirebbe la possibilità di generare metadati completi di relazioni anche concettuali, utilizzando schemi “a grafo” anziché lineari che consentirebbero di evolvere le attuali “basi di dati” in “basi di conoscenza”. La “FAIRification” dei dati digitali culturali passa necessariamente dal formato open e da questa evoluzione, senza verrebbero meno requisiti di resilienza e sostenibilità dei dati e delle collezioni nel lungo termine.

  • Metadati

Una genericità forse eccessiva su protocolli, ontologie e modelli logico-funzionali oggi ampiamente utilizzati nei processi di digitalizzazione del patrimonio. Inoltre, si reitera l’interpretazione dei metadati come funzionali alla sola descrizione degli oggetti analogici rappresentati nei layout, anziché considerare prioritariamente gli oggetti digitali nei loro aspetti generativi (Provenance) e nel loro ciclo di vita (Life cycle) come da anni chiede l’UE. Andrebbe necessariamente descritta come si deve e valorizzata la generazione e l’utilizzo di metadati in formato open, al fine di elaborare modelli di tracciati che rappresentino la base per inferire le informazioni relative sia alle diverse tipologie di oggetti digitali in output dalla digitalizzazione (digitalizzati o born digital), sia degli eventuali originali rappresentati nei layout. 

1 luglio 2022
Prot. AIB n. 133/2022



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