Bibliotecari ai tempi del COVID-19

26/03/2021

Osservatorio Lavoro e Professione dell’Associazione Italiana Biblioteche

 

Report a cura di Maria Antonietta Ruiu, Francesca Cadeddu

 

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Premessa

L’Osservatorio Lavoro e Professione dell’AIB(*) ha promosso, nel maggio 2020, un sondaggio rivolto ai bibliotecari del settore pubblico e privato, attraverso cui ricostruire lo scenario lavorativo determinato dalle prime misure adottate per il contenimento del contagio dal COVID 19 .
Il questionario, pubblicizzato su AIB WEB, sulla pagina Facebook dell’Associazione e su AIB CUR, è stato caricato sulla piattaforma di indagini SurveyMonkey e reso compilabile dal 13 al 31 maggio 2020.
Composto da 21 domande (16 a risposta chiusa e 5 a risposta aperta) è stato elaborato seguendo criteri di semplicità e immediatezza dei quesiti, in modo tale da richiedere un minimo impegno da parte dell’intervistato e un ricco repertorio di informazioni analizzabili sotto diversi punti di vista.
Le prime domande sono di carattere generale e sono utili a conoscere e classificare il campione degli intervistati relativamente all’età, al sesso, alla regione di provenienza, allo status di associato AIB; si prosegue chiedendo risposte sempre più dettagliate riguardo l’ambito lavorativo pubblico o privato, l’inquadramento, la durata del contratto, il reddito annuo. Le domande dalla 9 in poi si concentrano sulle ripercussioni del fenomeno Covid e delle relative restrizioni. Nello specifico: impatto delle restrizioni del DPCM in ambito lavorativo e reddituale, tipologia del committente che ha cancellato o rimandato gli incarichi, puntualità nei pagamenti, eventuale fruizione di strumenti di sostegno economico, preoccupazione per conseguenze a medio e lungo termine, nuove metodologie di lavoro come possibile opportunità per il futuro.
Il presente report costituisce un resoconto delle informazioni scaturite dalle 1.249 risposte ricevute.

Il questionario

Le prime due domande riguardano l’età e il sesso degli intervistati.
Il 35% è composto dalla fascia d’età compresa tra i 50 e i 60 anni; a seguire, la fascia tra i 40 e i 50, si attesta al 30%; quella tra i 30 e i 40 al 20%; gli over 60 al 10% e la fascia più giovane, quella fra i 20 e i 30, comprende solo il 5% degli intervistati.
Si evidenzia da subito come i bibliotecari, anzi le bibliotecarie, non siano più giovani.

La terza domanda riguarda la regione di provenienza. Spicca la risposta da parte della Lombardia con il 24, 8% e, a seguire, con un notevole stacco la Toscana con il 10,4%, il Veneto con il 9,8, il Lazio con l’8,8%, la Romagna con l’8, 41 e le altre regioni con valori sempre più decrescenti.

Meritano particolare attenzione le risposte alla domanda 4, in cui si chiede se l’intervistato sia o meno associato AIB. Il numero dei non associati supera di alcuni punti percentuale quello degli associati, a dimostrazione di come un elevato numero di bibliotecari segua attivamente i canali di informazione dell’AIB e senta la necessità di far sentire la propria voce, pur non formalizzando l’appartenenza all’Associazione.
Al contrario, incrociando il dato con quello degli iscritti al 31 maggio 2020, notiamo che solo il 31,41% degli iscritti ha voluto dare il proprio contributo attraverso la compilazione del questionario.

Relativamente alla domanda 5 “Dove lavori?”, il 58,57 % di risposte circa l’appartenenza alla Pubblica Amministrazione potrebbe essere frutto di confusione tra “ente proprietario dell’istituzione biblioteca” e “datore di lavoro”.
Il 27% risponde di lavorare per una cooperativa, dato che, considerata la diffusione della pratica dell’outsourcing nel territorio nazionale e le riflessioni fatte poche righe prima, dovrebbe essere più alto; solo il 4,40% lavora per associazioni o fondazioni; il 3,30 % dichiara di lavorare in biblioteche dell’Università, centri di ricerca e biblioteche ecclesiastiche; il 2,08% in Fondazioni o società partecipate a capitale prevalentemente pubblico. Le altre opzioni sono minoritarie e coprono ciascuna circa l’1% degli intervistati.

Dalla combinazione dei dati delle risposte alle domande 1 “Età” e 5 “Dove lavori”, appare che le fasce d’età impiegate nella PA sono quelle comprese fra i 50 e i 60 anni (47, 12%) e i 40 e i 50 anni (28,36%); la fascia tra i 20 e i 30% riguarda solo lo 0,82% degli intervistati.
Le percentuali sono in linea con quanto rilevato nell’ultimo rapporto dell’Aran, che segna a 50,7 l’età media dei lavoratori della PA . Anticipo una considerazione che verrà ripresa più avanti e cioè che, in Italia, l’invecchiamento del dipendente pubblico sta mettendo in risalto il problema del ricambio generazionale che si riflette in maniera forte sulla qualità dei servizi e sulla capacità di rinnovarsi e adattarsi ai cambiamenti in atto.

Fonte: elaborazioni Aran su dati RGS – IGOP. Dati aggiornati al 25/05/2020.
L’analisi riguarda gli aggregati “personale stabile” e “altro personale” (sono esclusi lavoratori flessibili e i lavoratori socialmente utili).

Lavorano per fondazioni o società partecipate a prevalente capitale pubblico il 53,85% degli intervistati della fascia 40-50 anni e il 34,62% della fascia 30-40; il personale delle cooperative è per il 38,82 % appartenente alla fascia 30-40 anni e per il 30,29% appartenente alla fascia 40-50 anni; nelle Srl/Snc/Spa/Srls la fascia tra i 30 e i 40 anni comprende il 50% dei lavoratori e quella tra i 40 e i 50 il 20,83%. Impresa individuale / freelance è stata l’opzione del 46,67% dei 40-50enni e del 20% 30-40enni; nelle Aziende private di settori merceologici diversi dalle biblioteche (banca, CCA, centri di ricerca, etc.) a parità di punteggio il 28,57% dei lavoratori delle fasce d’età fra i 30 e i 60 anni.

Più della metà degli intervistati è inquadrato come funzionario bibliotecario; il 26,5% come assistente di biblioteca; il 7,69% come direttore di biblioteca e il 2% direttore di sistema o rete di biblioteche; meno dell’1% dichiara di essere titolare di impresa. Il 9,53% che ha scelto “altro” ha specificato per la maggiore di essere istruttore amministrativo; a seguire responsabile della comunicazione, informatico, volontario, catalogatore, titolare di borsa di studio, animatore, addetto alla sorveglianza, archivista, business strategist, addetto alle risorse umane.

Incrociando i dati delle domande 5 e 6 appare evidente come i ruoli dirigenziali siano riservati ai lavoratori della PA, mentre il personale delle cooperative viene perlopiù impiegato come assistente di biblioteca.

L’86,63% lavora in biblioteca in modo continuativo, il 6,16% associa il lavoro di bibliotecario ad altra professione, il 2,56% lavora in biblioteca occasionalmente e il 4,64% comprende ricercatori, volontari, amministrativi e docenti che potrebbero essere inseriti all’interno delle precedenti opzioni. Si segnala che, più volte, all’interno delle risposte “Altro”, si ritrova la dicitura “catalogatore”, a indicare come alcuni catalogatori ritengano di essere categoria a parte rispetto ai bibliotecari.

Ben l’87,75% degli intervistati dichiara di avere un contratto a tempo indeterminato (il 71,18% full-time e il 16,57% part-time); il 5,68% a tempo determinato; il 2,24% a progetto; scelgono la categoria “altro” i lavoratori occasionali, i volontari, tirocinanti, i borsisti e gli autonomi.

Ricapitolando, dall’analisi delle risposte delle prime nove domande possiamo dire che i bibliotecari non sono più giovani, che lavorano per lo più nel centro nord, a tempo indeterminato, hanno un reddito che si aggira fra i 15 mila e i 30 mila euro annui e che i ruoli dirigenziali sono riservati al personale della PA, ormai sempre più avanti con gli anni. Ai più giovani sono riservate posizioni non decisionali e all’interno di cooperative o società private.

Vediamo ora quale sia stato l’impatto delle restrizioni dovute al COVID-19 sulla situazione appena delineata.
Dal momento in cui le biblioteche hanno cominciato a chiudere, nel mese di marzo, le bibliotecarie e i bibliotecari sono stati costretti a consumare ferie pregresse o dell’anno in corso (il 39,87%) o a cimentarsi in forme di smart-working (50,04%) o telelavoro parziale alternato con lavoro in sede (21,70%). Il 16,57% ha fatto ricorso alla Cassa integrazione, il 4,48% al congedo parentale; il 4,08% dichiara di aver subito un calo delle committenze; il 3,36% ha utilizzato istituti come congedo, banca delle ore, rotazione; il 2,96% dichiara di non aver subito nessuna conseguenza; l’1,76% ha usufruito dell’esenzione dal lavoro retribuita; all’1,12% non è stato rinnovato il contratto; lo 0,08% è stato licenziato.
Il 71% delle persone che hanno lavorato in smart-working ha dovuto utilizzare attrezzature proprie; solo al 12% gli strumenti di lavoro sono stati forniti dall’ente o dal datore di lavoro.

Gli incarichi di lavoro sono stati cancellati o rinviati per la maggior parte da Enti pubblici (enti pubblici 47,15%, enti statali 4,26%, MIBACT 1,84%) e per il 14,41% da enti privati, ma mentre questo non ha comportato per i dipendenti pubblici nessun mancato introito, si è tradotto invece in mancati guadagni per i dipendenti privati o di cooperative.

Alla richiesta di una stima del mancato guadagno subito in seguito alle restrizioni, il 43,47% risponde che il proprio reddito non subirà variazioni, il 21,06% stima di perdere tra i 500 e i 2000 euro; il 19,70% meno di 500 euro; il 5, 4% fra 2000 e 500 euro; l’1,68% tra i 5000 e i 10000 euro; lo 0,40% più di 10000 euro; l’8,65% non risponde.

I pagamenti per i lavori effettuati prima delle restrizioni sono stati rispettati nell’82% dei casi.
Alla domanda 15 che chiedeva le motivazioni addotte dalla committenza per il rinvio o la cancellazione dei lavori ha risposto solo il 5,44% degli intervistati. Di questi il 17,75% dice non aver ricevuto nessuna spiegazione; l’8,82% riconduce i ritardi alla mancanza di liquidità; il 5,88% alla chiusura degli uffici; il 19,12% adduce i ritardi ai bilanci comunali e regionali, alla mancanza cronica di personale, a disorganizzazione degli uffici preposti, all’interruzione dei lavori per via del lockdown.

Il 26% degli intervistati dichiara di aver beneficiato degli strumenti di sostegno economico al reddito previsti dai decreti. Nello specifico: il 30,79% ha fatto ricorso al Fondo integrazione salariale, il 27,62% alla cassa integrazione, il 9,21% al bonus INPS di 600 euro, l’8,57% ai 100 euro per lavoratori dipendenti (ART. 63 DL.18/20), il 7,94% al congedo parentale, il 3,17% al bonus baby sitter, lo 0,95% al contributo per gli affitti e lo 0,95% ha indicato un generico Cura Italia.
Il 54% ha dichiarato di non aver beneficiato degli strumenti di sostegno economico perché non aventi diritto (35,88%), perché non lo reputavano necessario (35,29%), perché dipendente pubblico (8,24%). Il 9,12% non ha dato nessuna risposta e il 3,24% dice di essere in attesa dell’erogazione.

I timori per il futuro sono stati indicati nella riduzione della forza lavoro (23,30%), nel crollo degli investimenti pubblici (20,18%), nella contrazione del settore sul medio e lungo periodo (20,02%), nella revisione al ribasso dei diritti e delle tutele sui luoghi di lavoro (12,33%).
Non dimentichiamo che oltre 400 rispondenti hanno dichiarato di essere dipendenti di cooperative, aziende, società, fondazioni o associazioni. La previsione di reddito per queste categorie prima della chiusura andava dai 5000 ai 15000 euro annui; pochi fra loro i colleghi che sono stati incaricati in smart working durante la pandemia, gli altri hanno subito una perdita che va dai 500 ai 5000 € per il periodo in questione (per la maggiore sono stati costretti a rimanere a casa in cassa integrazione o in ferie).
Non c’è da stupirsi che temano per il futuro un calo complessivo delle committenze, una contrazione degli investimenti e una revisione al ribasso degli appalti.

Ulteriori criticità riguardano l’ambito degli appalti: sospensione dei contratti in essere e mancate indizioni di nuove gare d’appalto (18,89%); le difficoltà organizzative e comunicative con gli amministratori: molti degli intervistati lamentano l’assoluta mancanza di comunicazione fra le parti, si sentono ignorati e senza voce in capitolo (15,67%); la preoccupazione che la sanificazione degli ambienti non venga eseguita con la frequenza e l’accuratezza necessarie e che i protocolli di sicurezza non vengano rispettati (12,44%); la perdita del contatto con gli utenti, in particolar modo con i bambini (11,52%); la difficoltà a gestire il tempo tra lo smart-working e la famiglia (10,60%): gli orari di lavoro appaiono dilatati e si lavora di più. L’1,61% lamenta l’assenza di turn over e di tutto quello che ne deriva: la mancanza del ricambio generazionale e della capacità di adattamento a nuove forme di lavoro si fa sentire sempre di più in questo momento di crisi; alcuni ammettono di essersi trovati in difficoltà con l’utilizzo delle nuove tecnologie applicate al telelavoro. La preoccupazione di alcuni ricade sul sistema dei trasporti pubblici, troppo affollati.

Non manca comunque chi considera lo smart working un’opportunità. Il 70,64% ritiene che le modifiche apportate alla routine lavorativa possano essere sviluppate e considerate un’opportunità anche per il futuro perché hanno aperto lo sguardo verso territori poco o per niente esplorati, uno su tutti il lavoro digitale.
Nel dettaglio si parla di un accrescimento delle competenze e di un’ottimizzazione dei tempi di lavoro che non prevedono spostamenti.
Le risposte negative invece sono legate alla dilatazione degli orari di lavoro, alla distanza sociale con gli utenti e, per i catalogatori, all’impossibilità di portare avanti il loro lavoro senza avere il “libro in mano”.

Conclusioni

Sono molte le riflessioni che si possono fare alla luce dei dati appena analizzati.
Lo stop imposto dal Covid-19 ha portato a galla una serie di criticità di cui eravamo già a conoscenza, ma che non erano state documentate in maniera organica, come:- l’età avanzata dei bibliotecari della pubblica amministrazione e, col tempo, anche quella dei lavoratori delle cooperative;
– il livello medio basso degli inquadramenti dei lavoratori delle cooperative, spesso altamente specializzati, ma ingabbiati in un contesto lavorativo che impedisce loro una crescita professionale graduale;
– il disagio di chi, preso dalla preoccupazione per la possibile perdita del lavoro, concentra i suoi pensieri sulla tutela dei diritti dei lavoratori;
– la difficoltà di molti colleghi di andare oltre la visione della biblioteca come luogo esclusivamente fisico;
– l’attenzione dei non associati all’AIB e, di contro, la scarsa partecipazione degli associati;
– la convinzione spesso diffusa che le biblioteche rappresentino essenzialmente un centro di spesa, confermata dalla sospensione dei contratti in essere con le cooperative e le mancate indizioni di nuove gare d’appalto;
– la cecità della compagine politica (che esclude i bibliotecari da qualunque processo partecipativo e decisionale e che ignora il contributo che biblioteche e bibliotecari potrebbero dare per il benessere comune.

 

*Un sentito ringraziamento a Tommaso Paiano per il supporto tecnico e per la prima fase dell’elaborazione dei dati, ai membri dell’OLAV (Dorella Apa, Giovanna De Pascale, Marco Genzone, Cinzia Martone, Francesco Giuseppe Meliti, Rossana Morriello, Filippo Ziveri), alla presidente Rosa Maiello e al vicepresidente Vittorio Ponzani, senza il cui prezioso contributo questo lavoro non sarebbe stato possibile.